È giusto premiare i buoni voti a scuola? Un effetto nascosto da considerare prima di scegliere

La sera della pagella ho aperto il cassetto della cucina, quello dove finiscono elastici, scontrini e piccole tentazioni. Dentro c’era una bustina con due biglietti per il cinema, il mio piano segreto per festeggiare se i bambini avessero portato a casa bei voti. Poi ho sentito le chiavi alla porta, i passi veloci di mia figlia, la voce di mio figlio che cercava di indovinare la cena. In quel ricamo di suoni domestici mi è tornata alla mente una domanda che ai laboratori a scuola torna sempre: è giusto premiare i buoni voti? Ho lasciato la bustina dov’era e mi sono promessa di ascoltare prima di decidere.
Negli anni ho imparato che un voto dice qualcosa, ma mai tutto. Come madre e come facilitatrice di percorsi sull’ascolto attivo, ho visto occhi brillare per un sette lavorato con pazienza più di quanto brillassero per un nove ottenuto col pilota automatico. Eppure il desiderio di “ricompensare” è forte, quasi istintivo: vogliamo sottolineare l’impegno, ancorare un ricordo positivo, brindare a un risultato. Ma c’è un effetto nascosto che merita attenzione, prima di scegliere se e come premiare.
Cosa succede nella mente di un bambino quando premiamo i voti
Quando un premio entra in scena, il cervello alza l’antenna dell’aspettativa. La ricompensa esterna accende una scintilla rapida, una spinta che può far lavorare più sodo per arrivare al traguardo. Ma questa spinta ha una controparte: sposta il baricentro. Non si studia più per capire o per la soddisfazione del progresso, bensì per ottenere il premio. I ricercatori hanno un nome per questa dinamica: Effetto di sovragiustificazione. In sostanza, l’interesse intrinseco per l’attività può indebolirsi quando venne “comprato” da ricompense tangibili.
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Come riconoscere l’inizio di una malattia infettiva in famiglia? Il comportamento da evitare per ridurre i contagiHo visto succedere qualcosa di simile durante un incontro in una terza media. Un ragazzo, Marco, raccontava che la madre gli prometteva un videogioco a fine quadrimestre se avesse tenuto la media dell’otto. Aveva raggiunto il traguardo, ma alla domanda “ti è piaciuto studiare storia quest’anno?” la risposta era stata onesta e spiazzante: “Mi è piaciuto quando sapevo che sarei stato interrogato.” L’interesse non abitava più la materia, ma il momento in cui il risultato si trasformava in oggetto negoziabile.
Incentivi e voti: funzionano, ma a che costo
È innegabile: gli incentivi possono migliorare i risultati a breve termine. Soprattutto con obiettivi chiari, alcuni bambini reagiscono aumentando l’impegno e la costanza. Il problema è il prezzo che, talvolta, non vediamo subito. Nasce una pressione sotterranea, una sottile ansia da prestazione: se finora il premio è arrivato con l’otto, cosa succede se prendo un sette e mezzo? Il circuito rischia di confondere valore personale e performance, come se il merito di essere amati, celebrati, visti, fosse legato alla cifra scritta in blu sulla pagina.
Nel contesto italiano, dove la valutazione è parte integrante del percorso delineato dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, sappiamo che i voti servono per orientare e per dare un feedback. Ma trasformarli in moneta di scambio dentro la famiglia altera il loro significato. L’attenzione si contrae sul risultato e rimane poco spazio per le domande buone: come ho studiato? Cosa ho capito davvero? Dove mi sono perso e come posso ritrovare il filo?
Dalla performance al percorso: coltivare la motivazione che dura
Ci sono parole che, pronunciate al momento giusto, cambiano la rotta di una giornata. “Ho visto che ti sei fermato sulla mappa, hai provato a ridisegnarla e poi hai capito la rotta di Magellano” dice molto più di “bravo per l’otto”. La prima frase illumina il percorso, mette al centro lo sforzo, l’autocorrezione, la curiosità. La seconda celebra il risultato e basta. Non è questione di buonismo: è una strategia concreta per alimentare la motivazione che non si spegne con l’ultimo compito in classe.
Quando i bambini sentono che l’attenzione adulta abita il processo, si crea una memoria emotiva diversa. Il voto diventa una tappa, non un’etichetta. E la tappa possibile è figlia di una postura familiare: domande aperte, ascolto dei tentativi, feedback specifici. Anche i festeggiamenti cambiano forma. Non servono promesse in anticipo: una sera di crepes fatte insieme perché “oggi ti ho visto impegnarti davvero” può pesare di più di qualsiasi premio a tempo determinato.
La cornice familiare che regge l’apprendimento
Nei miei laboratori sull’ascolto attivo, spesso invito i genitori a un piccolo esercizio: immaginare di indossare le lenti del figlio quando apre il diario. Con quelle lenti addosso, la casa diventa un contesto. Ci sono riti che aiutano: uno spazio di studio ordinato ma non rigido, una merenda che non è premio ma carburante, una pausa breve per allentare la tensione, una domanda la sera che non suona come un’interrogazione ma come un invito: “Cosa ti ha fatto pensare oggi?”
Questa cornice non annulla le difficoltà, le rende affrontabili. Se il genitore diventa il custode del percorso più che il controllore della performance, i bambini si sentono liberi di chiedere aiuto quando serve. E la richiesta d’aiuto è già una competenza, una rada sicura in cui tornare quando il mare si alza.
Quando il premio può avere senso, senza rubare la scena
Non è un anatema ai premi, anzi. Ci sono momenti in cui un segno di festa è giusto e bello. La differenza la fa il come. I riconoscimenti che funzionano meglio nel lungo periodo non “comprano” lo studio, lo accompagnano. Arrivano dopo, come sorpresa, legati al racconto di quel che è accaduto e non solo al numero finale. Hanno spesso la forma dell’esperienza condivisa: un pomeriggio al parco, un film scelto insieme, un piatto cucinato in compagnia. Non barattano una prestazione, rinsaldano un legame.
È utile anche dichiarare i confini: in famiglia si celebra l’impegno, non si punisce il tentennamento. Se arriva un esito speciale, si può brindare senza trasformare la coppa in accordo commerciale. E se una settimana va storta, ci si rimette al lavoro senza debiti emotivi da saldare.
Se i voti deludono: dalla paura al progetto
Capita. Un cinque imprevisto, una verifica andata male, una serie di appunti sul quaderno. In quei momenti, la tentazione di “togliere” qualcosa è forte: niente schermo, niente amici, niente uscite. Ma la sottrazione raramente genera comprensione. Meglio fare spazio. Spazio a una conversazione concreta: cosa non è andato, dove si è inceppato il metodo, quali passaggi hanno richiesto più tempo. Spazio a un piano realistico: due settimane per colmare quella lacuna, un confronto con l’insegnante per chiarire le aspettative, un patto per provare una strategia diversa.
Un ragazzo che non teme la reazione di casa trova la forza di guardare in faccia l’errore. E da quell’errore può nascere un cambiamento. Del resto, crescere è una rotazione continua tra sforzo e scoperta. Se le mura di casa tengono, se l’errore non viene drammatizzato, il voto smette di essere un verdetto e torna a essere un indizio.
Una scelta che ci definisce
Allora, è giusto premiare i buoni voti? Forse la domanda va girata: qual è il messaggio che vogliamo scrivere, accanto a quel numero? Se scegliamo un premio, che non sia il protagonista del film. Che non oscuri la trama dell’apprendere, né l’orizzonte dell’autostima. Che non si trasformi in tassa da pagare per sentirsi amati.
Quella sera, con la busta ancora nel cassetto, ho ascoltato i racconti dei miei figli. Uno aveva litigato con una data in storia, l’altra si era arrampicata da sola su un problema di matematica. Abbiamo riso sul salvaschermo pieno di post-it improbabili. Poi ho proposto un brindisi con il tè caldo e ci siamo messi a programmare il fine settimana. I biglietti per il cinema li ho tirati fuori più tardi, senza condizioni né calcoli. Non come moneta, ma come segno: oggi celebriamo il percorso, che è la nostra casa in comune. E mentre chiudevo il cassetto, ho pensato che il premio migliore, spesso, è far sentire ai nostri figli che quel percorso lo vediamo davvero.

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