I TRE CERVELLI

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La chiave per la comunicazione adulto-bambino





Nella comunicazione non importa quanto coerente, logico e corretto il contenuto possa essere,

se non c’è un sentimento connesso, il messaggio non verrà considerato.”

Matteo Mainetti





La comunicazione adulto-bambino può sembrare piuttosto complicata ma in realtà si tratta semplicemente di ascoltare, mostrare interesse, stabilire confini e imparare a scendere a compromessi.


La prima parola magica è: empatia.


Per stabilire una comunicazione con tuo figlio devi metterti nei suoi panni, devi, farlo sentire compreso, dimostrargli che hai capito ciò che sta provando.

In tutti i casi in cui interagisci con tuo figlio, prima ancora di dare un giudizio, prima ancora di fornire soluzioni o spiegazioni, prima di dire cosa deve o non deve fare, devi fargli capire (a volte anche solo con una parola) che capisci cosa prova.


Devi conquistare il cervello rettile (istinti) e limbico (emozioni) perché la neocorteccia (ragionamento) nel bambino si sviluppa successivamente

LE TRE PARTI DEL CERVELLO

Secondo il neurologo Paul MacLean, il nostro cervello è costituito da tre componenti distinte, ognuna delle quali rappresenta un momento evolutivo ben preciso della specie umana.


Il cervello più antico, ovvero il cervello rettile; il cervello di mezzo, ovvero quello limbico e il cervello più moderno, cioè la cosiddetta neocorteccia.

  • Il cervello rettile è sede degli istinti primari e di funzioni vitali come per esempio il controllo del ritmo cardiaco e respiratorio.
  • Il cervello limbico è coinvolto nell’elaborazione delle emozioni.
  • Il più recente, la cosiddetta neocorteccia, è esclusivo dei primati ed è sede di tutte le funzioni cognitive e razionali.

Nei bambini piccoli la neocorteccia è l’area in assoluto meno sviluppata: soprattutto nei primi 3 anni di vita, il cervello rettiliano e limbico sono predominanti.

Per questo motivo, i bambini vivono facilmente forti emozioni che appaiono “incontenibili” e comportamenti fortemente “territoriali”.

Quando un bambino prova rabbia, angoscia, frustrazione, tristezza, paura, si innescano i circuiti di allarme del cervello inferiore, attivati dall’amigdala (che ha il compito di elaborare il significato emozionale degli eventi), causando una “tempesta ormonale” con il rilascio di diversi ormoni, tra cui il cortisolo (l’ormone dello stress).

Il cortisolo scatena una reazione di allarme nell’organismo, che è adattiva e utile per l’organismo se dura poco, infatti quando l’emergenza termina, il cortisolo viene riassorbito.

Ma se questa situazione dura a lungo e l’organismo è sempre in allarme, come nei casi di mancata gestione delle emozioni e dello stress, il cortisolo è sempre in circolo.

CONSEGUENZE

Se gli adulti non sostengono i bambini nella gestione delle loro emozioni, può accadere che non si formino, o siano deficitari, i percorsi cerebrali che collegano la corteccia con le aree inferiori, grazie ai quali i piccoli possono imparare, nel tempo, a gestire efficacemente le situazioni di stress e, più in generale, i propri stati emotivi.

Benché quindi i bambini siano dotati di una certa elasticità, nei primi anni il loro cervello è particolarmente esposto allo stress (soprattutto causato dalle forti emozioni che provano) e il modo in cui viene gestito impatta sul delicato equilibrio fisiologico che i piccoli stanno costruendo.

Con lo sviluppo delle aree neocorticali, gradualmente, il bambino acquisisce la capacità di regolare i propri impulsi ed emozioni. (Il corretto sviluppo della neocorteccia richiede complessivamente circa 24 anni!)

È quindi inutile che cerchiamo di fare con i bambini, dei ragionamenti contorti impiegare argomentazioni razionali o logiche.


Intendiamoci, non voglio dire che con i bambini non si possa ragionare, ma che quando stanno vivendo una forte emozione, che per loro è molto difficile da capire e controllare, è inutile contrapporre dei ragionamenti logici.

Il bambino, infatti, fino a una certa età vive in una dimensione essenzialmente emozionale piuttosto diversa da quella prevalentemente razionalistica dell’adulto.

Questo significa che lo bombardi di informazioni che lui non capisce contro cui non sa difendersi. Il bambino si sente subissato dalle tue parole e quando il lungo ragionamento è finito, seguita a non capire perché mai debba fare o non fare quella certa cosa.

STABILIRE UNA CONNESSIONE EMOTIVA

Una volta sono andata a prendere la bambina all’asilo, era seduta in giardino davanti ad un’altra bimba più grande di lei e giocavano a passarsi una piccola palla.


Mi ha visto e mi ha detto di andarmene in malo modo. Io ci sono rimasta malissimo. Sono stata tutta la mattina senza di lei, non vedevo l’ora di vederla e lei mi tratta in questo modo!.

Ero sbalordita e offesa.


Mi avvicino e le dico di venire con me perché è ora di andare, le spiego che dobbiamo passare a fare un po’ di spesa, che dobbiamo sbrigarci perché papà non ha le chiavi…… e una fiumana di parole…


In tutta risposta lei si mette a piangere a squarciagola.


Non so cosa fare, sono imbarazzatissima, le maestre mi guardano e io non voglio fare la figura della mamma che non ha polso, quindi la prendo per il braccino e la trascino fuori dall’asilo.

Non potevo fare peggio di così!
Dove ho sbagliato?

• Innanzitutto, ho interrotto un gioco nel suo vivo. Ti piacerebbe se qualcuno ti strappasse il telefono dalle mani durante la partita di qualche gioco oppure mentre digiti una risposta urgente su WhatsApp?
Il gioco è una delle cose più importanti per un bambino. A noi adulti possono sembrare sciocchezze ma è tutto il loro mondo.

• In secondo luogo, era probabilmente felice perché la bambina più grande l’aveva considerata per giocare con lei e io arrivavo proprio nel momento sbagliato, tra l’altro trascinandola via e quindi umiliandola di fronte a tutti i suoi amichetti.

Insomma, come avrei potuto comunicare con lei in modo efficace ed empatico?

Un esempio:

Ciao amore, lo so che ti stai divertendo tanto con la tua nuova amica, ora mamma aspetta ancora 5 minuti e poi andiamo a casa a fare merenda.

Le avrei dovuto far capire che:

  • conoscevo la sua situazione e la capivo
  • le concedevo qualche minuto per prepararsi psicologicamente

In questo modo le davo la possibilità di uscirne con dignità, le davo un obiettivo chiaro (possibilmente allettante) utilizzando poche parole.

So che stai pensando che con tuo figlio non funzionerà, ma ti stupirai nel vedere che come per magia il suo comportamento cambia e le relazioni sono più serene, senza scontri.

È fondamentale che il bambino si senta capito, che tu sia in linea con le sue emozioni.

Riporto un altro esempio con bambini più grandicelli:

“Mamma, oggi a scuola mi hanno preso in giro”.

Viene spontaneo rispondere così:

  1. “Quando avevo la tua età…” (il bambino pensa: “chi se ne frega della tua infanzia, stiamo parlando della mia”)
  2. “Non dargli peso…” (“non ha capito come mi sento”)
  3. “Non devi ascoltarli…” (“la fa facile perché non sa cosa vuol dire”)

E questi sono solo degli esempi.


L’errore che si commette non è in ciò che si dice, ossia le parole utilizzate, quanto nella sequenza con cui si dicono.

Prima dovete creare la connessione, deve passare il messaggio che lo capite!

Può sembrare banale ma è importantissimo, cambia tutto!

— “mamma, oggi a scuola mi hanno preso in giro”

  • “Questo ti ha fatto stare male vero?”
  • “Come ti sei sentito?”
  • “Immagino che ti faccia stare male”
  • “Sei triste o arrabbiato per questo?”

Dopo (solo dopo) puoi raccontare le tue esperienze personali, dare consigli, trovare soluzioni (anche se è preferibile abituarli a trovare la soluzione da soli), tutto questo solo e soltanto dopo esserti assicurato che la connessione emotiva sia stabilita.

Un consiglio: evita di utilizzare troppo spesso la parola “capisco” perché è abusata e dà un senso di falsità. Trova altre espressioni come “immagino come puoi sentirti…”

Tenta inoltre di non censurare le emozioni negative, di non cambiare argomento, o cercare di distrarlo, di non minimizzare o negare il problema.
È importante inoltre che riconosca le emozioni che prova, aiutalo a dare loro un nome (paura, rabbia, tristezza).
Impara così a riconoscere e gestire le proprie emozioni, sviluppando un’intelligenza emotiva che determinerà il suo successo nelle relazioni, nel lavoro e persino nel benessere fisico.

Imparerà innanzitutto ad interagire in maniera efficace con gli altri e con sé stesso, a connettersi con le proprie emozioni, a gestirle, ad auto-motivarsi, a frenare gli impulsi, a vincere le frustrazioni.…

Riepilogando:

• I bambini sono istintivi ed emotivi e per stabilire una comunicazione con loro bisogna evitare di usare fin da subito argomentazioni logiche e razionali.

• È necessario innanzitutto che si sentano capiti e che qualcuno comprenda la situazione in cui si trovano.

• Dobbiamo imparare a riconoscere le loro emozioni, a renderli consapevoli di ciò che provano e quindi aiutarli a sviluppare la loro intelligenza emotiva