EVITA IN TUO FIGLIO L’EFFETTO PIGMALIONE

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non etichettare tuo figlio

I nostri commenti negativi, le critiche ripetute in continuazione finiscono per essere percepiti da nostro figlio come verità inconfutabili con conseguente rischio di comprometterne l’autostima e di minarne il suo futuro equilibrio.

Frasi come: “Sei disordinato!” “Sei lento!” “Ma sei scemo!” finiscono per passare al bambino il messaggio di non essere apprezzato di non valere quanto gli altri. Quel che è peggio è che a forza di sentirseli ripetere finisce per crederci e in futuro gli sarà difficile liberarsi dell’immagine di sé che si sarà formato. Si chiama profezia auto-avverante.

“No non ti preocupare nulla di trascendentale, non è richiesta nessuna capacità divinatoria nè penso di essere l’incarnazione della Sibilla Cumana, sono una mamma razionale(fin troppo) e molto pratica”.

Alcune parole che diciamo ai nostri figli, non fanno altro che trasformare un comportamento sbagliato in un tratto del carattere. Del resto siamo proprio noi a dirglielo, le persone di cui lui si fida più di tutti e che li conoscono meglio di chiunque altro. Perchè non dovrebbero crederci?

Negli anni 50’, il sociologo americano Robert Merton ha teorizzato la ”profezia che si auto-avvera”, la definì come un’affermazione che, per il solo fatto di essere espressa, fa realizzare l’evento presunto e pensato.

L’individuo, dunque, in base ad una credenza relativa a se stesso, agli altri o al mondo, fa delle previsioni sul futuro e si comporta in modo coerente alla credenza stessa finendo per realizzarla davvero.

In parole povere la “profezia” riguarda una convinzione, una credenza, su di sè o sugli altri che in diverse circostanze si manifesta nella realtà.

Quando ci rivolgiamo ai nostri figli con epiteti o etichette naturalmente non lo facciamo intenzionalmente, spinti da un moto di sadismo o di vendetta (del resto anche io sono cresciuto così), ma con la convinzione che questo possa essere un modo per rendere consapevole il bambino o costringerlo a reagire.

Questo comportamento, al contrario, oltre a compromettere la sua

autostima, non fa che accentuare i comportamenti indesiderati.

Dagli studi classici sulla “profezia che si autorealizza” nasce la teoria dell”effetto Pigmalione”, noto anche come effetto Rosenthal.

Riassumo in soldoni il suo assunto di base:

se gli insegnanti credono che un bambino sia meno dotato lo tratteranno, (anche inconsciamente) in modo diverso dagli altri; il bambino interiorizzerà il giudizio e si comporterà di conseguenza; si instaura così un circolo vizioso per cui il bambino tenderà a divenire nel tempo proprio come l’insegnante lo aveva immaginato.

Nel 1974 Rosenthal condusse uno studio che gli permetterà di individuare quello che è stato definito appunto l’Effetto pigmalione: 

in una scuola elementare vennero create due classi identiche di bambini ma si disse ai maestri che dai test di intelligenza precedentemente somministrati, la classe A risultava essere composta di bambini più intelligenti e dotati e la classe B di bambini meno dotati.

I risultati dello studio dimostrarono che a fine anno, non solo gli studenti inseriti nelle classi immaginate “migliori” vennero valutati più positivamente dalle insegnanti, ma che i bambini ebbero anche prestazioni migliori a prove oggettive, risultando quindi più intelligenti!

 Dallo studio si può presumere che le maestre a partire dalle informazioni non veritiere abbiano modificato i loro comportamenti nei confronti degli studenti, mostrandosi ad esempio più inclini ad incoraggiare e supportare i bambini ritenuti più dotati e meno quelli considerati meno dotati. Gli atteggiamenti e comportamenti delle insegnanti avrebbero a loro volta influenzato i comportamenti dei bambini i quali, ritenendo veritiere le informazioni provenienti dalle maestre avrebbero reagito con comportamenti tali da confermare le loro credenze.

Nessun bambino nasce con la capacità di definire se stesso; esiste solo attraverso gli altri, le parole degli altri, gli sguardi, i giudizi, i complimenti o le critiche, gli incoraggiamenti o l’indifferenza.

Un bambino non nasce con una stima buona o cattiva di sé, nasce neutro e la sua autostima si forma in base agli eventi di vita.

Il sistema di credenze di sé, degli altri e del mondo, dunque, comincia a formarsi nei primi anni di vita assorbendo ciò che viene dato dai genitori, dalle altre figure di riferimento, dagli amici, dalla scuola, ecc.

Una volta che il sistema di credenze si è formato, diventa “la realtà”. La persona si forma una sua identità

Ora, se abbiamo trasmesso ai nostri figli messaggi come: sei bravo, sei competente, stai facendo un ottimo lavoro, coraggio non mollare, ti ameremo sempre e comunque ecc… si farà una buona idea di sé.

Al contrario se lo abbiamo “programmato” (passami il termine) per essere “lento”, “pigro”, “stupido”, ecc… nostro figlio avrà grosse difficoltà nel perseguire le proprie mete, la propria realizzazione personale.

La scarsa considerazione di sé può in alcuni casi portare a disturbi d’ansia, depressione, dipendenza affettiva, disturbi alimentari, difficoltà di coppia, difficoltà nelle relazioni sociali, nello studio, ecc

La domanda che ci dobbiamo porre a questo punto è:

Come sarebbe stata la nostra vita se i nostri genitori ci avessero programmato bene? Come e dove saremmo se avessero usato frasi più efficaci anziché delle frasi giudicanti e umilianti?

Tuo figlio ha bisogno che tu creda in lui, lo stimi e ne riconosca il valore.

Ricordati che imita il tuo modo di fare e che tu hai un’influenza determinante nel suo processo di creazione della sua identità.

Cosa fare in pratica?

Ora che la teoria l’abbiamo studiata passiamo alla pratica. Sapere cosa sbagliamo o cosa dovremmo fare è un punto di partenza ma non basta, occorre mettere in pratica.

Lo so che anche a te è sfuggita almeno una volta una frase umiliante nei confronti di tuo figlio, magari in uno di quei giorni in cui hai un milione di cose da fare in fretta e altrettante in testa, uno di quei giorni storti in cui i filtri sono annullati dalla stanchezza.

La buona notizia è che, qualsiasi cosa abbiamo detto finora, non è mai troppo tardi per raddrizzare il tiro.

La credenza è un pensiero e in quanto tale si può modificare.

Come?

Di seguito 7 strategie per evitare di trasmettere delle credenze negative o limitanti su tuo figlio:

  1. Ascoltati: ora che sei consapevole dei danni che potresti fare con le tue parole, ascoltale! Facci caso, non esitare a chiedere scusa e a rimangiarti ciò che hai detto se dovessi farti sfuggire qualcosa di offensivo o anche solo negativo.
  • Non imitare i tuoi genitori: Non ripetere le stesse frasi negative che ti dicevano i tuoi. Lo so che ritornano alla mente quasi senza pensarci e le ripetiamo inconsciamente quando si inserisce il pilota automatico (cioè quando siamo stanchi e la nostra concentrazione cala).
  • Smettila di insultarti: non mi stancherò mai di ripetere che i nostri figli imparano più per imitazione che attraverso i rimproveri o le prediche, per cui rispettati, non insultarti con espressioni come “che cretina che sono!”, “sono proprio stupida!”.
  • Consentigli di sbagliare: sbagliare è un sacrosanto diritto!

Anzichè dire cose come “Ma cosa credi di fare!?” “Ma dove credi di andare?” “Non vedi che non sei capace?” dagli fiducia, altrimenti può pensare di non meritarla, di essere sbagliato.

Prova a dire: “Riprova!” “Abbi fiducia!”  “Io ho fiducia in te e sono certa che ce la farai!”,“È normale sbagliare all’inizio, si impara per tentativi ed errori”, “Gli errori sono fondamentali per accorgerti di cosa non ha funzionato e o trovare altre strategie” (queste frasi, se già non lo fai, puoi iniziare a dirle anche a te stesso).

  • Lodalo: fagli dei complimenti specifici, punta a sottolineare l’impegno piu’ che il risultato, evidenzia i suoi punti di forza. (Link Lodare tuo figlio)
  • Non fare confronti: “tua sorella si che è tranquilla non come te che sei una peste!”, “perchè non studi come tua sorella? Lei si che è brava!”. Frasi del genere veicolano un messaggio del tipo:” i miei genitori apprezzano e amano di più lei. Non sarò mai alla sua altezza. Mi sento inferiore e umiliato. È meglio che mi faccia da parte. Questo provoca una reazione contraria nel tentativo di attirare l’attenzione.

Coltiva la sua unicità ricordandoti che il paragone non sprona e non fa diventare più forti, bensì umilia, frena e scoraggia.

  • Mettiti nei suoi panni: mentre pronunci le frasi che rivolgi a tuo figlio chiediti: io come mi sentirei al posto del bambino? Io come mi sentivo quando me lo dicevano?

Le parole hanno un grande potere: sono in grado di programmare i neuroni di chi le riceve fissandosi giorno dopo giorno fino a essere assorbiti e a essere utilizzate in modo automatico.

Il potere delle etichette può davvero fare danni: rischia di influenzare i nostri figli a vita sulla percezione che hanno di loro stessi. Le etichette possono diventare, come ho detto, profezie che si autoavverano.

Non dobbiamo dimenticare che il carattere e la personalità dei nostri figli sono ancora in divenire, e noi, come allenatori, dobbiamo stimolare i loro punti di forza, aiutarli a credere in loro stessi, nelle loro capacità senza etichettarli o demonizzare alcuni loro comportamenti.